
Nelle controversie sugli abusi edilizi, la
qualificazione delle opere rappresenta di
frequente terreno di scontro. È qui che, molto spesso, si decide
l’esito dell’intero procedimento repressivo: capire se una
struttura può essere considerata “precaria”, se è funzionale a un
uso temporaneo o se, al contrario, integra una
trasformazione edilizia stabile che richiede un
titolo abilitativo.
La sentenza
del Consiglio di Stato del 7 luglio 2025, n. 5831,
riposiziona con chiarezza il baricentro del ragionamento: non conta
la forma apparente del manufatto, ma la sua effettiva idoneità a
trasformare il suolo in modo stabile e durevole.
Opere “precarie”: perché possono configurare nuove
costruzioni
Il caso riguarda l’impugnazione di un’ordinanza di demolizione
di una pluralità di opere, comprendenti
manufatti in muratura, strutture leggere, container, tettoie e
capanni di dimensioni consistenti utilizzati come depositi di
merce.
Gli eredi del proprietario contestavano la legittimità
dell’atto, sostenendo che molte opere fossero precarie, amovibili o
comunque non qualificabili come “nuove
costruzioni”.
Il TAR aveva respinto il ricorso, valutando
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