Nella pratica del condono edilizio, uno dei confini che spesso si
sottovaluta è quello tra opere oggetto di sanatoria e opere che, nel tempo,
hanno modificato l’identità
stessa dell’edificio.
È un confine che non si gioca sui dettagli dimensionali o sui
requisiti formali di abitabilità, ma sulla coerenza complessiva tra ciò che viene
chiesto di condonare e ciò che, in concreto, è stato
realizzato.
La vicenda esaminata dal Consiglio di Stato con
la sentenza
del 9 gennaio 2026, n. 182 si colloca esattamente su
questo crinale, in relazione a un caso in cui, nel corso degli
anni, l’immobile ha progressivamente assunto una configurazione
funzionale diversa da quella rappresentata nelle istanze di
sanatoria.
Il punto critico non è tanto la singola opera aggiuntiva, quanto
l’effetto cumulativo degli interventi successivi. Ed è da questa
distanza tra rappresentazione amministrativa dell’intervento e
realtà edilizia dell’immobile che ha preso forma
l’intero
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