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Cop26, abolire il superbonus per attuare la transizione ecologica – Domani

A guardarlo da Glasgow, il conflitto in corso sul super ecobonus del 110 per cento per la riqualificazione edilizia mostra tutti i limiti di un Paese che non ha ancora deciso di fare sul serio rispetto alla transizione ecologica.

A contrapporsi sono due fronti, da un i “rigoristi” preoccupati per l’impatto sul bilancio dello stato del più generoso incentivo al mondo, e dall’altro un fronte ampio politico e imprenditoriale che chiede di prolungare ancora di qualche anno l’intervento.

Con la legge di Bilancio si è segnato un punto a favore del ministro dell’Economia Daniele Franco, comprensibilmente angosciato da una spesa arrivata già a oltre 10 miliardi di euro e che rischia di andare fuori controllo.

Per questo ha proposto una progressiva riduzione che dovrebbe portare il contributo al 65 per cento nel 2025. Ma con il passaggio parlamentare del provvedimento ci potrebbero essere sorprese, visto il consenso bipartisan di cui gode il superbonus.

Svolta green?

Climate activist Vanessa Nakate poses for a photo during the COP26 U.N. Climate Summit in Glasgow, Scotland, Monday, Nov. 8, 2021. The U.N. climate summit in Glasgow gathers leaders from around the world, in Scotland's biggest city, to lay out their vision for addressing the common challenge of global warming. (AP Photo/Alberto Pezzali)Climate activist Vanessa Nakate poses for a photo during the COP26 U.N. Climate Summit in Glasgow, Scotland, Monday, Nov. 8, 2021. The U.N. climate summit in Glasgow gathers leaders from around the world, in Scotland's biggest city, to lay out their vision for addressing the common challenge of global warming. (AP Photo/Alberto Pezzali)
Climate activist Vanessa Nakate poses for a photo during the COP26 U.N. Climate Summit in Glasgow, Scotland, Monday, Nov. 8, 2021. The U.N. climate summit in Glasgow gathers leaders from around the world, in Scotland’s biggest city, to lay out their vision for addressing the common challenge of global warming. (AP Photo/Alberto Pezzali)

Il punto da discutere è quello degli obiettivi che il paese si vuole porre per i prossimi anni in un settore così importante e a fronte di una spesa pubblica di questa dimensione.

Se l’obiettivo è di ridurre i consumi energetici e le emissioni di gas serra, si dovrebbe almeno spiegare quali e quanti interventi si vuole realizzare e come inciderebbero rispetto agli obiettivi fissati dall’Ue al 2030.

I dati aggiornati al 31 ottobre pubblicati da Enea raccontano di 57mila interventi in corso in un paese che però ha oltre 12 milioni di edifici residenziali. Soprattutto, ha senso pagare tutto a tutti, a fronte di una riduzione dei consumi che può essere anche di meno del 30 per cento e per finanziare impianti a metano fossile?

Si potrebbe e dovrebbe distinguere, ma è complicato visto che non si dispone di analisi indipendenti che motivino le scelte e stimino gli impatti.

Negli altri paesi europei non si partirebbe nemmeno con la discussione senza avere dei dati di partenza e una valutazione di costi e benefici.

Sarebbe stato interessante discutere dei modi più efficaci per allocare i 18,5 miliardi previsti dal recovery plan per la riqualificazione energetica. Secondo i dati di Federcasa, dei 760 mila alloggi di edilizia sociale in Italia almeno la metà ha bisogno di investimenti urgenti di manutenzione e le famiglie che vi abitano sono costrette a una spesa per il riscaldamento superiore di circa il 10 per cento per l’inefficienza delle strutture.

Con le risorse del recovery plan si sarebbe potuto riqualificare 300mila di questi alloggi sparsi in tutta Italia, dando una mano alle famiglie che più ne avrebbero bisogno e costruendo un laboratorio di riqualificazione energetica con obiettivi di riduzione dei consumi ambiziosi, verificati nei risultati e condivisi con progettisti e imprese.

Sarebbe anche interessante capire quanto del boom che sta vivendo il settore della riqualificazione edilizia in Italia dipenda da questo provvedimento e quanto dagli altri incentivi meno generosi ma più accessibili, quanto dalla ripartenza di cantieri bloccati dalla pandemia.

Era dal 2008 che non si vedeva una situazione di questo tipo con cantieri in tutte le città, da prima della grande crisi che ha lasciato senza lavoro centinaia di miglia di lavoratori.

Gli errori nella legge di Bilancio

La discussione urgente di cui avremmo bisogno per essere credibili a Glasgow riguarda il come dare certezze agli investimenti nella riqualificazione energetica, per continuare a rendere attraenti per molti anni questi interventi e anche una volta che lo stato non pagherà più tutte le spese.

Si potrebbe guardare all’esperienza degli altri paesi europei, dove il contributo pubblico è molto più limitato ma sono stati introdotti fondi di garanzia per prestiti a tassi zero che rendono convenienti interventi in efficienza energetica che abbattono i consumi.

Così le famiglie traggono beneficio dalla riduzione delle bollette e così in questo modo si possono investire le risorse pubbliche per la riqualificazione degli edifici dove si vivono situazioni di povertà energetica.

Invece la legge di Bilancio proroga per tre anni le detrazioni ordinarie per la riqualificazione edilizia e antisismica ma abolisce la cessione del credito, che invece è fondamentale per aiutare le famiglie a basso reddito, e non affronta il tema dell’accesso ai prestiti. Ma è impossibile affrontare questioni tecniche così complicate e delicate dentro una legge di spesa con 185 articoli e temi tra i più diversi e che viene approvata con voto di fiducia.

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