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Coronavirus, artigiani penalizzati chiedono aiuto ai sindaci – IL GIORNO

Monza, 28 aprile 2020   La Fase 2 non è come avevano sperato. Molti artigiani dovranno ancora tenere chiuse le attività. Qualcuno fino a inizio giugno. Per questo gli artigiani, in una lettera, chiedono aiuto ai sindaci. “Siamo consapevoli dei limiti di intervento e delle difficoltà di bilancio degli enti locali, ma in un momento di estrema emergenza, chiediamo che vengano prese molto seriamente in considerazione alcune proposte – spiega Enrico Brambilla, segretario di Confartigianato Milano Monza Brianza – In primo luogo l’attenuazione del carico delle imposte locali, in particolare per quelle attività che a seguito della chiusura obbligata non hanno prodotto rifiuti, né beneficiato dell’uso dei propri immobili produttivi o delle proprie insegne: Tari, Imu, Tasi, Cosap andrebbero pertanto rimodulate di conseguenza”.

Ma non solo. “Serve la promozione di iniziative pubbliche atte a sostenere la ripresa, in particolare con l’affidamento ad imprese locali della fornitura di beni e servizi secondo la logica del “km zero”: pensiamo ad esempio al possibile rapido avvio di molti cantieri per manutenzione, riqualificazione, protezione del territorio. Infine l’attivazione di progetti locali per lo sviluppo delle piccole imprese, per aiutarle ad affrontare i nuovi oneri derivanti dalle misure di protezione e sicurezza, dall’implementazione di diverse forme di vendita e per rilanciare l’attrattività dei singoli territori. Siamo a disposizione, coi nostri referenti locali e con la nostra struttura organizzativa, per dare, se richiesto, il nostro contributo per la declinazione operativa di queste idee”, precisa Brambilla.




«Mai come oggi le comunità locali hanno bisogno del ruolo di guida e di supporto che trova anzitutto nel sindaco il principale riferimento per la sua città. E allora proprio ai primi cittadini ci rivolgiamo affinché, tra le tante esigenze cui rispondere, trovino posto quelle delle attività artigiane e della piccola impresa. Si tratta di un comparto vitale, non solo per l’economia dei nostri territori, ma anche per la tenuta sociale e la coesione – spiega il presidente di APA Confartigianato Milano, Monza Brianza, Giovanni Barzaghi – Molte nostre imprese sono tuttora in prima linea nell’assicurare servizi essenziali quali la fornitura di prodotti e materiali necessari in campo sanitario e alimentare. Molte altre, purtroppo, hanno dovuto chiudere da quasi due mesi e far ricorso ad ammortizzatori sociali, importanti ma insufficienti a compensare il blocco produttivo”.

A subire ripercussioni soprattutto le imprese del benessere. “È una decisione incomprensibile e inaccettabile quella di rinviare al 1° giugno la riapertura di acconciatori e centri estetici – affonda il segretario generale, Enrico Brambilla -. Con senso di responsabilità abbiamo elaborato e presentato tempestive proposte dettagliate su come tornare a svolgere queste attività osservando scrupolosamente le indicazioni delle autorità sanitarie su distanziamento, dispositivi di protezione individuale pulizia, sanificazione. Proposte che comunque penalizzano fortemente le possibilità di ricavo delle imprese, ma siamo ben consapevoli della loro necessità. Non abbiamo ricevuto alcuna risposta. E ora non accettiamo che le attenzioni del Governo siano rivolte ad altri settori e si limitino a una incomprensibile dilazione per la ripresa di queste attività. Del resto, al 1° giugno cosa potremo fare di più rispetto a oggi in termini di sicurezza? Si può far stare fermi, con costi continui e ricavi azzerati negli interi mesi di marzo, aprile, maggio? No, non ci stiamo. Finora siamo stati alle regole, ma la prospettiva di un altro mese e più di fermo obbligato non l’accettiamo”. 




Al riguardo, l’effetto combinato di mancati ricavi a causa della chiusura e della concorrenza sleale degli abusivi nei mesi di marzo, aprile e maggio (è il calcolo dell’Ufficio Studi di Confartigianato) causerà alle imprese di acconciatura e di estetica una perdita economica di 1.078 milioni di euro, pari al 18,1% del fatturato annuo. Sarà poi molto difficile evitare ripercussioni sull’occupazione: i mancati ricavi mettono a rischio il lavoro di 49mila addetti del settore.
 

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