
Da anni, negli uffici tecnici e negli studi professionali, cova
un disagio che le cronache giudiziarie recenti hanno solo riportato
in superficie, quello di un’edilizia in cui il confine tra il
lecito e l’illecito
non si legge più nella norma ma si scopre nella
sentenza, spesso a distanza di anni.
Tra queste difficoltà vi è certamente la qualificazione di un
intervento tra ristrutturazione edilizia e nuova costruzione, e con
essa la scelta del titolo e il ricorso o meno al piano attuativo,
che resta affidata a valutazioni sulle quali nemmeno la
giurisprudenza offre una guida univoca. A pagarne il prezzo è la
firma, da entrambi i lati della scrivania, quella del
professionista che assevera e quella del funzionario che istruisce
la pratica.
Non un punto fermo, ma un tassello di un quadro ancora
scomposto, è la sentenza n. 3495 del 1°
luglio 2026 del TAR
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