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Parametri ambientali per assegnare bonus e appalti – Il Sole 24 ORE

3′ di lettura

L’agenzia internazionale per l’energia ha pubblicato recentemente una tabella di marcia che consentirebbe di raggiungere con successo l’obiettivo di emissioni nette zero di anidride carbonica nel 2050, obiettivo che l’Ue si è data per poter contrastare il riscaldamento globale ed evitare aumenti della temperatura media del pianeta superiori ai limiti fissati dall’accordo di Parigi sul clima. Secondo l’agenzia, entro il 2025 dovrebbero essere fuori commercio le caldaie alimentate da fonti fossili, entro il 2030 il 60% delle automobili vendute dovrebbero essere elettriche, entro il 2035 il 50% delle vendite di camion altrettanto. Nel 2040 il 50% degli edifici esistenti dovrebbe essere efficientato e avere emissioni zero, entro il 2040 il 50% degli impianti di riscaldamento dovrebbe funzionare a pompe di calore.

Nessuno può prevedere se l’obiettivo sarà raggiunto e gli step intermedi sono così impegnativi da far dubitare che sia possibile. Quello che però è certo è che questa roadmap rappresenta la direzione di marcia futura delle istituzioni e del sentiero di sviluppo di cui le imprese del nostro Paese dovranno tener conto se vogliono continuare a essere competitive. Avere presente questo scenario e muoversi di conseguenza evitando “politiche dello struzzo” che mette la testa sotto la sabbia vorrebbe dire aver compreso la lezione dell’Ilva che, per non aver affrontato per tempo il problema della sostenibilità come invece fatto dalla sua gemella West Alpine a Linz, è entrata in una lunga crisi che sta mettendo a rischio la sua sopravvivenza futura. Come già sottolineato dal Sole 24 Ore, il piano non può essere realizzato semplicemente attraverso vincoli all’offerta che prescindano da profonde trasformazioni del sistema produttivo se vogliamo evitare il rischio di “inflazione verde” dettata da limiti di offerta di fonti fossili che non riusciamo ancora a sostituire. Per riuscire nell’intento è essenziale modificare i comportamenti di milioni di famiglie e imprese con politiche di incentivo e non che siano efficaci. Le trasformazioni principali dovranno coinvolgere cinque ambiti: sistemi di produzione industriale (soprattutto nei settori acciaio, cemento, plastica), agricoltura e allevamento intensivi, sistemi di produzione di energia, mobilità e riscaldamento/affrescamento degli edifici. Al momento la strategia italiana prevede interventi decisi in grado di riorientare comportamenti soprattutto in ambito e di edilizia con il superbonus. Non ci sembrano essere al momento interventi altrettanto decisi negli altri quattro ambiti. C’è pertanto da chiedersi se il nostro sistema delle imprese capirà da solo la nuova direzione di marcia o ci troveremo di fronte a molte altre piccole, medie e grandi Ilva da gestire. Un sistema semplice di incentivi da attuare per estendere la trasformazione agli altri settori dovrebbe essere quello di misurare la variazione che i nuovi investimenti privati generano rispetto agli indicatori ambientali (nei sei domini chiave identificati in sede comunitaria) e legare a essi agevolazioni o fondi di garanzia.

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Non è detto che le strategie da porre in atto debbano essere tutte così costose come nel caso del 110 per cento. Ci sono alcuni interventi che possono avere un ruolo decisivo a costo zero per lo Stato. Il primo è adeguare i sistemi di bonus e di premialità aziendale alla transizione ecologica imponendo alle aziende di considerare gli indicatori sociali e ambientali per la loro erogazione. Non ha senso infatti premiare manager e forza lavoro che aumentano profitti facendo salire sensibilmente emissioni di CO2, inquinamento dell’aria o incidenti sul lavoro, mentre è coerente con la direzione di marcia futura premiare chi farà profitti e aumenterà la produttività compatibilmente con un miglioramento o un non arretramento sugli indicatori ambientali e sociali. Il rafforzamento dei criteri minimi ambientali e sociali negli appalti sarebbe un altro incentivo formidabile alla riconversione delle imprese visto che quasi il 20% della domanda di mercato proviene dal “voto col portafoglio” degli acquisti pubblici. Forme di rendicontazione non finanziaria obbligatoria con indicazione chiara degli indicatori ambientali e sociali anticiperebbero una tendenza ineluttabile dei mercati globali nei prossimi anni aumentando trasparenza di informazione e incentivi a muovere verso la sostenibilità. Infine la nascita di meccanismi di aggiustamento ai confini (border adjustment taxes) già peraltro previsti dalla strategia europea a partire dal 2023 eviterebbero il dumping da produttori in Paesi dove l’asticella è più bassa verso l’Europa prima della classe.

Non è detto che evitare 10, 100, 1000 Ilva debba costare poi così tanto (mentre è certo che costerà molto di più, anche in termini sociali, non intervenire). Una combinazione intelligente di regolamenti e incentivi può invece fare moltissimo per aiutare il nostro sistema produttivo a mantenere efficienza e competitività nella transizione ecologica.

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