
“Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello
di una volta”. Con questa folgorante riflessione Paul Valéry —
poeta, saggista e filosofo francese che dedicò gran parte della sua
opera all’indagine del rapporto tra lo spirito umano e il progresso
della tecnica — fotografava già nel secolo scorso lo smarrimento
dell’uomo moderno di fronte all’accelerazione del cambiamento.
Per il professionista tecnico di oggi — ingegnere, architetto,
geometra, perito — quella frase risuona con forza profetica.
L’orizzonte della progettazione e della costruzione, un tempo
fondato su calcoli deterministici e controllo umano, è stato
bruscamente sostituito da uno scenario probabilistico: un domani in
cui i sistemi di Intelligenza Artificiale (IA) elaborano soluzioni
che possiamo usare, ma non sempre pienamente verificare —
soprattutto nei casi limite, là dove l’errore cessa di essere
un’astrazione e si traduce in conseguenze reali su persone,
strutture e territorio.
L’asimmetria
insostenibile
L’IA è diventata il nuovo feticcio del progresso tecnico,
normativo e amministrativo. Dai Ministeri a ogni livello della
Pubblica
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