
In Italia contiamo oltre 153 mila architetti iscritti all’Albo:
circa un quarto degli architetti censiti dall’ACE in trenta
Paesi europei. Con una densità di 2,5 professionisti ogni
mille residenti — contro una media europea ferma a
1 — vantiamo un primato continentale assoluto. Sulla carta, con
questi numeri, dovremmo vivere nella culla dell’armonia urbana; nei
fatti, quell’esercito di laureati passa le giornate a districarsi
tra SCIA, conformità catastali, sanatorie e cavilli
burocratici.
A scattare la radiografia di questa allarmante retrocessione
sociale sono i dati della consultazione “Cantiere
Architettura”, promossa in Umbria su base
volontaria: nel confronto quotidiano con committenti
privati e Pubblica Amministrazione, la maggioranza dei
professionisti che vi hanno risposto denuncia di
essere stata declassata al ruolo di semplice «disegnatore» o di
«burocrate» incaricato di timbrare pratiche edilizie. La reale
centralità tecnica, decisionale ed economica del progetto è stata
dirottata altrove.
Il mercato ha così generato un paradosso speculare: l’architetto
è considerato insostituibile solo per gli interventi sul patrimonio
storico vincolato, imposti dalla Soprintendenza, o per la
«committenza di
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